Una musica meravigliosa (iPod, io ti scarico)

L’ho aspettato, invocato, sognato e implorato per tutto l’inverno, e ora eccolo: il caldo. Talmente l’ho desiderato che ora, fuori in giardino con il portatile, guardo il cielo sperando di trovare qualche nuvolone porta-pioggia. Dicono che sia il maggio più caldo degli ultimi anni. Sì be, questo lo dicono sempre. Però forse stavolta è l’unica in cui (stranamente) i telegiornali proclamano il vero.

Così, in men che non si dica, ho abbandonato la palestra e, nonostante il mese pagato non fosse ancora scaduto e qualche bel figaccione sul quale spesso buttavo l’occhio, non mi è dispiaciuto per nulla. Già, perché l’ho subito rimpiazzata con dei giri in bici favolosi. Dopo cena, con la sera che ancora deve scendere, mi fiondo da sola per la campagna a pedalare insieme ad un nuovo amico che mi hanno regalato solo da qualche mese: l’i-pod. Devo ammetterlo, non sono mai stata avvezza alla tecnologia, e infatti, se non me l’avessero regalato gli altri (stanchi di vedermi sempre così all’antica), tutt’ora non ce l’avrei. In tutti questi mesi però, ci ho messo dentro solo qualche canzonetta, giusto così, per provare. Finchè l’altra sera, mentre prendevo la bici, ho avuto un’illuminazione: vado a prendere l’ iPod. Pensavo, e sottolineo pensavo, di aver fatto una scoperta eclatante, e mi sentivo così tecnologicamente avanti che ho redarguito mamma di non capire nulla quando mi ha sarcasticamente fatto notare: “Ma vai via con il mangia cassette?”

Pedalavo al tramonto e non ero più io. Era come se fossi la protagonista di un film nella scena in cui lei arriva al tramonto, lui la vede e, stregato da quel fascino retrò, tenterà di conquistarla per tutte le due ore di film successive. Mi sentivo bellissima. Era l’inganno della canzone romantica che avevo in sottofondo ovviamente, ma mi sentivo gli occhi di tutti puntati addosso. E fidatevi, in mezzo a quella campagna non c’era anima viva. Ero come anestetizzata. Non sentivo nulla, solo me stessa, che poi non ero neanche io ma la protagonista di non so quale film.

Poi ieri sera, a metà percorso, il mio nuovo best friend ha deciso di scaricarsi, e di conseguenza scaricarmi (pure lui). “No ti prego, non adesso. Resisti”- imprecavo sull’oggetto inerme. Ma nulla. Morto. Così fui costretta a fermarmi, ad avvolgerlo delicatamente con le cuffie e ripartire. E fu tutta un’altra musica.

L’effetto anestetico era finito e riprendevo a sentire tutto. Tutti quei suoni che con quell’aggeggio inficcato fino alla Tromba di Eustachio non avevo potuto sentire, e che ogni primavera mi stupisco di non ricordare. I profumi erano più nitidi: il glicine, il gelsomino, i prati. E poi loro: le cicale. Il rumore più bello che, a distanza di un anno, avevo quasi dimenticato. Ed era tutto emozionante perché erano gli stessi profumi, odori e colori dell’anno prima, di quello prima ancora e di tutti quegli anni in cui ero ancora troppo piccola per andare in campagna da sola, e quindi dovevo andarci con papà. Assaporai tutto e sentii la nostalgia che ti assale quando ritorni in un posto che non rivedevi da quando eri bambina. C’era ancora la musica, ma stavolta era la mia. Ed era molto più bella. Era il rumore delle ruote della mia bici che si sfioravano con quelle di mio padre. Mi sembrava di risentirle. Così in un baleno ero ritornata a casa. Suonai il campanello.

“Sei già qua?”

“Sì papà”. Ti va di venire a fare un giro con me in campagna?”

“Be non so, io veramente avrei da fare”

“Daiiiii, ti prego”- lo supplicai con gli stessi occhi di quando ero piccola

“Ok vengo. Ma scusa, tu non avevi  quel coso sulle orecchie quando sei partita?”

“Sì papà, ma l’ho tolto”. È removibile l’ iPod sai? Dai fai presto prima che la luce se ne vada del tutto. Qui fuori c’è una musica meravigliosa.

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